Gli scultori
EDOARDO ALFIERI (Foggia 1913 - Genova 1997)
Intraprese gli studi presso il Liceo Artistico di Genova dove ebbe come insegnante G. Galletti; in seguito frequentò i corsi di scultura tenuti da F. Messina all'Accademia di Brera. La sua attività artisitca è caratterizzata dalla continua oscillazione fra apertura all'avanguardia e riconsiderazione della tradizione: si spiegano così l'adesione, nel 1930, al gruppo futurista "Sintesi" e lo stretto rapporto che lo unì, sempre nella prima metà degli anni Trenta, a Messina. Del grande scultore, tuttavia, Alfieri accolse l'insegnamento tecnico, senza sostanzialmente aderire alle scelte naturalistico-classiciste che caratterizzavano la produzione dell'artista in quegli anni. Già dal 1935, infatti, si ravvisa nelle sue opere una ricerca di drammatizzazione della materia che porterà alle opere "espressioniste" dei primi anni Quaranta. Attraverso le opere realizzate per il Cimitero di Staglieno è possibile ripercorrere le fasi salienti della produzione scultorea di Alfieri: dall'espressionismo della Tomba Dagna (1941) al recupero di suggestioni post-picassiane unite al naturalismo stilizzato della Tomba De Luca di Pietralata - Valente (1961), fino alle soluzioni post-informali della Tomba Mele (1962).

CARLO BARABINO (Genova 1768 - 1835)
Architetto civico, a lui si deve gran parte della fisionomia neoclassica della città: i suoi interventi riguardarono sia la struttura urbanistica del nuovo centro che la realizzazione di edifici pubblici rappresentativi, come il Teatro Carlo Felice, il Palazzo dell'Accademia, ecc.. Nel 1835, a seguito del dibattito circa la necessità di costruire a Genova una necropoli in cui le sepolture avessero carattere pubblico e democratico e in cui venissero osservate precise norme igienico-sanitare, gli venne affidato l'incarico di progettare un cimitero che rispondesse, oltre che alle esigenze funzionali, ai caratteri di centralità e monumentalità. Barabino non poté portare a termine l'incarico perché mori in quello stesso anno nell'epidemia di colera che investì la città.

EUGENIO BARONI (Taranto 1880 - Genova 1935)
Allievo dello Scanzi all'Accademia Ligustica, si avvicinò presto sia alla cultura di Rodin che al simbolismo di Bistolfi, superato, quest'ultimo, già intorno agli anni Dieci, a favore di un linguaggio più drammatico ed espressionista, che trova proprio nella Tomba Grosso Bonnin il suo punto di arrivo. Dopo il conflitto mondiale si indirizzò progressivamente verso l'arcaismo e verso soluzioni più specificamente realiste. Baroni è l'autore, tra l'altro, del celebre Monumento ai Mille di Quarto, presso Genova, solennemente inaugurato nel 1915 da Gabriele d'Annunzio. Altre opere di Eugenio Baroni a Staglieno: il bassorilievo per la Tomba Fortunato Bozzo (1907), in cui si colgono i presupposti del superamento del decorativismo estetizzante Libery in direzione "espressionista"; il monumento funebre per la madre, Chiara Ferraris Baroni (1915), giocato sulla contrapposizione tra linea astraente e forme espressionisticamente accentuate; le tombe Molinari (1920) e Moltini-Sciutto (1922); le tombe Isolabella-Gamba e Roncallo, entrambe del 1930, in cui la stilizzazione si combina con una compattezza di forme di gusto moderatamente novecentista.

GIUSEPPE BENETTI (Genova 1825 - 1914)
Frequentò dal 1844 l'Accademia Ligustica sotto la guida di S. Varni; nel 1852, aggiudicatosi il Pensionato Durazzo, poté proseguire gli studi a Firenze. Benetti fu uno dei più prolifici autori di monumenti funebri a Staglieno. Tra gli anni Sessanta e l'inizio degli anni Settanta la sua produzione rimase legata a schemi accademici (ne sono esempio la Tomba Costa, del 1864, e la Tomba Filippo d'Albertis, 1871), talvolta con incursioni in un marcato realismo (Tomba Pignone Avanzini, 1867; Tomba Giovanni Lorenzo Botto, 1871), su cui si venne, in seguito, progressivamente innestando anche l'attenzione alla resa dello stato psicologico ed emotivo dei personaggi raffigurati (Tomba Piaggio, 1873; Tomba Venzano, 1877; Tomba Gatti, 1875; Tomba Rossi, 1878). Sebbene la produzione di Benetti non si limiti alla scultura funeraria, è soprattutto in essa che egli seppe raggiungere i risultati più alti, costituendo in molti casi prototipi cui altri artisti si ispirarono, spesso accentuandone i caratteri più patetici

LEONARDO BISTOLFI (Casale Monferrato, Alessandria, 1859 - Torino 1933)
Riconosciuto come il maggiore scultore del Simbolismo italiano, Bistolfi ebbe con Genova e la Liguria un rapporto molto intenso: la sua attività e la sua partecipazione, per un periodo di oltre venti anni, alle vicende culturali liguri hanno dato un sostanziale apporto al processo di adeguamento della scultura allo stile e ai contenuti della nuova arte. Nonostante avesse raggiunto una discreta notorietà già dagli inizi degli anni Novanta, solo al volgere del secolo Bistolfi entrò in contatto con l'ambiente artistico e con la committenza genovese che, tra il 1899 e il 1902, affidò allo scultore la realizzazione di due monumenti funebri a Staglieno: la Tomba Bauer, completata nel 1904, e la Tomba Tito Orsini, collocata nel 1906. Le due opere, emblematiche della nuova concezione simbolista della morte, oscillante tra inconfessate pulsioni religiose e laica "religione" del mistero, trovarono ampia eco nella scultura funeraria ligure per tutto il primo quarto del XX secolo e oltre.

GIOVANNI BATTISTA CEVASCO (Genova 1814 - 1891)
Fu allievo di G. Gaggini e di G.B. Garaventa all'Accademia Ligustica e fu legato da un rapporto di profonda amicizia a L. Bartolini, del quale tuttavia accolse solo parzialmente e con moderazione l'esortazione a fare della natura l'unico soggetto e l'unico modello cui ispirarsi nell'esecuzione di un'opera scultorea. Attraverso la vasta produzione del Cevasco a Staglieno è possibile ripercorrere le varie tappe della storia della scultura dalla metà del secolo alla fine degli anni Ottanta: dal classicismo purista della Tomba Giovanni Polleri all'apertura ad interessi romantici e naturalistici nella tombe Gambaro (1861) e Giovanni Chiarella (1864); dalla più decisa adesione al romanticismo della Tomba Ghiglione (1870) e della Tomba Galleano (1871) alla piena aderenza alla rappresentazione analitica del realismo borghese delle tombe Badaracco (1875) e Domenico Bomba (1885).

EDOARDO DE ALBERTIS (Genova 1874 - 1950)
Terminati gli studi all'Accademia Ligustica, nel 1893 frequentò lo studio dello scultore G. Scanzi. Insieme al pittore Nomellini e al poeta Roccatagliata Ceccardi, per tutti gli anni Novanta De Albertis fu uno dei protagonisti della scena culturale genovese. Pur privilegiando la scultura, l'artista si distinse anche in altri ambiti espressivi, da quello dell'incisione e dell'illustrazione a quello della decorazione e della pittura da cavalletto. Tra le numerose partecipazioni a mostre nazionali e internazionali si ricorda quella alla VII Biennale di Venezia, dove l'artista curò, insieme a Previati e a Nomellini, l'allestimento della celebre Sala del Sogno. L'attività scultorea di De Albertis è puntualmente documentata a Staglieno: tra il 1902 e il 1935 lo scultore vi eseguì oltre trenta monumenti, tra cui si ricordano la Cappella Volpe (1911), la Tomba Ammirato (1917), in cui si assiste al progressivo abbandono dell'iniziale florealismo liberty a favore di una più strutturata resa delle volumetrie, e le tombe Caprile (1924) e Scorza (1931), dove la stilizzazione delle forme sortisce esiti fra Decò e Novecentismo.

FEDERICO FABIANI (Genova 1835 - 1914)
Allievo di Varni all'Accademia Ligustica, dopo dieci anni di trascorsi sotto le armi vinse, nel 1865, il concorso per il Monumento Gambini a Staglieno. Le opere realizzate da Fabiani nel cimitero genovese dall'inizio degli anni Settanta segnano una prima apertura verso un intimismo di carattere tardo-romantico, non privo di tangenze con la cultura preraffaellita, e introducono nuovi schemi compositivi e nuove tematiche che incrinano progressivamente i modelli del realismo borghese, senza però ancora soppiantarli del tutto: tra queste si ricordano la Tomba Castello (1872), la Tomba Rocco Piaggio (1876) e la Tomba Parpaglioni (1884). Questi tre monumenti - che raffigurano, con schemi compositivi diversi, il tema dell'accompagnamento dell'anima - incontrarono un vastissimo successo anche al di fuori dell'Italia: repliche autografe e non si trovano infatti in molti cimiteri sia d'Europa che dell'America del Sud.

GIULIO MONTEVERDE (Bistagno, Alessandria, 1837 - Roma 1917)
Formatosi alla scuola di Varni, di cui colse il moderato naturalismo, nel 1865, grazie all'assegnazione del Pensionato Durazzo, poté completare la sua formazione a Roma. Il soggiorno nella capitale gli permise di comprendere meglio le vicende della scultura contemporanea e di liberarsi dai residui classicisti. Iniziò allora a guardare con interesse al realismo sintetico di Vela. Successivamente Monteverde entrò in stretto contatto con Giovanni Costa e con la cerchia dei simbolisti romani, attraverso i quali cominciava in quegli anni a trovare diffusione in Italia la "cultura del mistero" dei Preraffaelliti inglesi. La scultura funeraria divenne allora il veicolo privilegiato per fare affiorare tematiche più allusive e indeterminate: ne sono esempio il Monumento Pratolongo (1868), quello per Francesco Oneto (1882) e la Tomba Celle (1893), tutti eseguiti nel cimitero di Staglieno. Il successo ottenuto da queste rappresentazione è testimoniato della diffusione di queste immagini in Europa e nei paesi dell'America Latina.

GIACOMO MORENO (Ceriale 1835 - ?)
Allievo del Varni all'Accademia Ligustica dal 1852, intraprese l'attività artistica sul finire degli anni Cinquanta. Abile ritrattista, espose con continuità alla promotrice genovese per tutto il decennio successivo. Lavorò spesso per committenti stranieri, soprattutto sudamericani, raggiungendo fama internazionale. Moreno fu uno dei principali interpreti del realismo borghese, stile che impronta la sua ampia produzione funeraria. Tra le numerose opere eseguite per Staglieno si ricordano la Tomba Amerigo (1890), la Tomba Badaracco (1878), la Tomba De Barbieri (1887) e la Tomba di Carolina Gallino (1894).

GIUSEPPE NAVONE (Genova ? - 1917)
Formatosi nell'ambito del realismo borghese, probabilmente lavorando come aiuto presso altri scultori, nel 1891 firmò la sua prima opera, il Cippo Gaggini a Staglieno. Sul volgere del secolo Navone si allontanò progressivamente dal realismo analitico indirizzandosi verso una resa sintetica del reale e accentuando i caratteri simbolisti (Tomba Salvatore Queirolo, 1901, Tomba Pastorini, 1902), fino ad approdare, intorno agli anni Dieci, ad uno stile dichiaratamente liberty (Tomba Bartolomeo Queirolo, 1910).

LORENZO ORENGO (Genova 1838 - 1909)
Frequentò, dal 1852, l'Accademia Ligustica e in seguito, per diversi anni, lo studio di Varni. Forse il più coerente rappresentante ligure del realismo borghese degli anni Ottanta, Lorenzo Orengo, grazie ad un linguaggio fortemente descrittivo, talvolta iperdefinitorio, ma non privo di freschezza rappresentativa, divenne lo scultore di maggiore successo presso la borghesia genovese, che trovò in lui l'artista ideale cui commissionare ritratti e monumenti funebri. Fra le opere di Staglieno ricordiamo la Tomba Campodonico (La venditrice di noccioline), 1881; la Tomba Whitehead e Bentley, 1885, 1887; il Cippo Adolfo Giordano, 1887; la Tomba Beccari, 1888; il Cippo Maine, 1892; la Tomba Pescia, 1897; la Tomba Delfino, 1906 e la Tomba Mantero (1895), dove l'angelo custode della tomba ha ormai perduto l'aspetto consolatorio per divenire una figura ambigua e misteriosa.

LUIGI (GIGI) ORENGO (Genova 1865 - 1940)
Figlio e allievo di Lorenzo, studiò all'Accademia Ligustica dove frequentò, oltre i corsi tenuti dal padre, anche quelli di G. Scanzi. Fu autore di monumenti pubblici (collocati non solo a Genova e in Italia, ma anche in Belgio, Romania, Cile), di ritratti e di opere funerarie. Il Cimitero di Staglieno ne ospita circa quaranta, oscillanti tra persistenze del realismo borghese (Tomba Poggi, 1910) - adeguato, negli abiti e nelle acconciature, alla moda del primo Novecento (Tomba Cabona, 1918 ca.) - e suggestioni liberty-simboliste (dal florealismo della Tomba Caulant, 1900, alla sensuale interpretazione del dualismo Eros-Thanatos della Tomba Delmas, 1909, al sensualismo abbinato alla allegoria religiosa della Tomba Sorrentino, 1922). Si ricorda ancora la Cappella Chiarella (1910), dove la figura allegorica legata, secondo una tradizione iconografica ottocentesca, alle attività del defunto, subisce un interessante aggiornamento sul piano linguistico.

DOMENICO RAZETI (Genova 1870 - 1926)
Intraprese gli studi all'Accademia Ligustica e si perfezionò a Roma, dove poté recarsi nel 1894 grazie alla vincita della pensione Nicolò Traverso. La sua partecipazione alla Promotrice genovese è documentata dal 1893. La produzione scultorea di Razeti, sia civile che funeraria, risente dell'influenza di Bistolfi. Tra i monumenti realizzati a Staglieno si ricordano Tomba Remaggi-Bargagliotti (1920) e la Tomba Vicini (1918).

GIOVANNI BATTISTA RESASCO (Genova 1798 - 1871)
Collaboratore di Carlo Barabino allorché questi rivestiva il ruolo di Architetto civico (ruolo in cui subentrerà egli stesso), venne visto come ideale continuatore del progetto barabiniano per Staglieno, sia per l'intrinseco rapporto professionale col maestro, sia per la continuità con quel gusto neoclassico-purista che aveva segnato molti edifici cittadini e, soprattutto, la nuova immagine della città. A Staglieno realizzò anche la Cappella Rebizzo Rubattino (1871) e la Tomba Sciaccaluga.

AUGUSTO RIVALTA (Alessandria 1837- Firenze 1925)
Completati gli studi all'Accademia Ligustica, nel 1859, grazie alla vincita della Pensione Durazzo, poté perfezionarsi a Firenze, dove entrò nello studio di Dupré. Grazie alla frequentazione fiorentina dei Macchiaioli, Augusto Rivalta fu fra i primi ad aderire al gusto realista. Nonostante la scelta di stabilirsi nel capoluogo toscano, mantenne stretti legami con Genova, dove eseguì monumenti pubblici e funerari. A Staglieno si trovano una decina di sue opere, tra cui la Tomba Carlo Raggio (1872), la Tomba Drago (1884) e la Tomba Pallavicino (1892, a.)

ANTONIO ROTA (Genova 1842 - 1917)
A soli dodici anni iniziò l'apprendistato presso lo studio di Varni; in seguito si iscrisse all'Accademia Ligustica. Tra il 1870 e il 1892 espose saltuariamente alle Promotrici genovesi e partecipò ad esposizioni internazionali, tra cui quella di Vienna del 1873 e quella di Parigi del 1878, con opere a tematica sociale in bilico tra verismo e genere. Nella scultura funeraria e nei numerosi ritratti prevalse invece una spiccata tendenza al linguaggio analitico del realismo borghese. Tra i monumenti di Rota a Staglieno si ricordano la Tomba Tassistro Balleri (1873), la Tomba Gnecco (1882), la Tomba Carrara (1890) e la Tomba Berretta (1911).

LUIGI ROVELLI (Milano 1850 - Rapallo 1911)
Architetto, fu senza dubbio uno dei principali protagonisti dell'Eclettismo in Liguria. Seppe interpretare il gusto della committenza locale, alternando modelli neorinascimentali o neobarocchi, particolarmente ricercati per gli edifici urbani, a forme neogotiche o neoromaniche, accolte con grande favore nelle residenze di "villa" o, per gli ovvi riferimenti all'architettura religiosa del passato, nell'edilizia funeraria. A Staglieno realizzò la Cappella Armando Raggio (1895), nota come Duomo di Milano per l'evidente somiglianza con la cattedrale ambrosiana.

CARLO RUBATTO (Genova 1810 - 1891)
Allievo di Peschiera all'Accademia Ligustica nel corso degli anni Venti, completò gli studi a Firenze, da dove fece ritorno nel 1842. Partito da una formazione classicista, già dagli inizi, però, più vicina alla linea di Thorwaldsen che a quella di Canova, nel corso degli anni Quaranta e Cinquanta Rubatto andò progressivamente improntando il suo linguaggio ad un morbido romanticismo, senza tuttavia superare mai del tutto il retaggio classicista. Nella Tomba Sibilla (1852), ad esempio, la sensibilità romantica (per certi versi bartoliniana) con cui lo scultore risolve le singole parti del monumento contrasta con l'impianto compositivo classico dell'insieme e con i rimandi all'antichità, evidenti soprattutto nei panneggi delle vesti delle figure allegoriche. Ta le altre opere di Rubatto a Staglieno si ricordano la Tomba Lorenzo Costa, il Cippo Angelo Testa (1855), la Tomba Angelo Lagorio (1857), la Tomba Giancarlo Di Nigro (1861), la Tomba G.B. Gandolfo (1862), il cippo Francesco Garibaldi.

SANTO SACCOMANNO (Genova 1833 - 1914)
Dopo avere seguito i corsi di Varni all'Accademia Ligustica, Saccomanno intraprese l'attività di scultore, alternando ritrattistica e scultura funeraria. Partito da un sobrio realismo di ascendenza romantica (Tomba Chiarella, 1872), ne radicalizzò la componente analitica, sortendo talvolta effetti di crudo verismo (Tomba De Costa, 1877) e arrivando addirittura a definire le lacrime della figura dolente nella Tomba Nicolò Lavarello (1890). Quest'ultima è una variante sul tema del "Sonno Eterno"- già proposto nella Tomba Carlo Erba (1883) e nella Tomba Acquarone (1899) - uno dei più adatti ad esprimere la pessimistica concezione della morte di Saccomanno.

SANTO VARNI (Genova 1807 - 1885)
Protagonista diretto ed indiretto della scultura ligure per oltre mezzo secolo, Varni fu allievo di Bartolini a Firenze (1836-37): tra gli anni Trenta e Quaranta egli aprì il suo linguaggio, ancora improntato al classicismo, a moderate istanze romantiche, segnate da un certo interesse naturalistico. Rientrato a Genova dopo il soggiorno fiorentino, Varni tenne dal 1938 al 1885 la cattedra di scultura all'Accademia Ligustica, diventando un fondamentale punto di riferimento per diverse generazioni di artisti. Attento ai contemporanei fermenti culturali, Varni contribuì a sollevare l'ambiente artistico ligure dal suo isolamento. Per il cimitero di Staglieno Varni realizzò oltre quaranta opere, tra cui si ricordano la Tomba Bracelli Spinola, 1864; la Tomba Andrea Tagliacane, 1870 c.; la Tomba De Asarta, 1879.

GIOVANNI BATTISTA VILLA (Genova 1832 - 1899)
Dopo il completamento degli studi all'Accademia Ligustica - dove ottenne anche una medaglia d'oro per un Nudo in gesso (1858), poi realizzato in marmo per il marchese Ala Ponzoni - si arruolò nell'esercito. Nel 1866 tornò a dedicarsi all'attività scultorea, realizzando opere di ritrattistica e a soggetto religioso. La parte più cospicua della sua produzione è comunque rappresentata dai monumenti funerari eseguiti per Staglieno, nei quali i tratti marcatamente realistici lasciano talvolta filtrare un'atmosfera pervasa di inquietudine e mistero (Tomba Montanaro, 1888). Tra le altre opere di Villa a Staglieno si ricordano la Tomba Ferro (1867), il Cippo Piero Elena (1878), Tomba Pienovi (1879), la Tomba Tomati (1881), la Tomba Rivara (1895).
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